Nell’Evangelii Gaudium, l’esortazione apostolica di Papa Francesco promulgata nel novembre 2013, viene proposta un’immagine, estremamente moderna: il poliedro. Il modello per leggere la realtà non è la sfera, ma il poliedro, che “riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.
La figura del poliedro, in quest’ottica “civile”, circa seicento anni fa divenne la chiave operativa di una persona influente ed enigmatica: Luca Pacioli, francescano, concittadino e allievo di Piero della Francesca, amico di Leonardo da Vinci, fu il protagonista di un tentativo di riforma della cultura di allora, che puntava a rovesciare il rapporto tra conoscenza e pratica, tra etica ed economia.
Nella conoscenza e nella divulgazione del sapere matematico e scientifico, Pacioli vedeva una grande possibilità di inclusione del mondo del lavoro (artigiani, mercanti, bottegai) nel piano di una riflessione sul senso profondo del fare. Nel sapere pratico, ossia nel mettere le mani tra le cose del mondo, Pacioli vedeva la possibilità di agire eticamente nel mondo.
Nato a Borgo Sansepolcro nel 1446, in seguito a un ex voto era entrato nell’ordine dei frati minori di San Francesco e aveva iniziato a viaggiare lavorando come precettore, esperto di matematica mercantile e contabile.
Pacioli fu il primo divulgatore della “partita doppia”, quella che è alla base di qualsiasi contabilità aziendale.
Ancora oggi ricordo con grande affetto la mia insegnante di Ragioneria, Elsa De Marco, che mi fece davvero appassionare alla materia che ci insegnava, con grande passione, all’Istituto Tecnico Commerciale.
Per Pacioli, inoltre, ogni intrapresa economica “deve” essere sociale. Non tenendo Dio e il prossimo come coordinate di riferimento, infatti, il mercante tradirebbe la legittimità del proprio operare e perderebbe la sua vera bussola: il senso del tutto esemplificato nell’immagine del poliedro.
Come si legge ancora nella Evangelii Gaudium “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita”.
Scrive Luigino Bruni, studioso oggi tra i più influenti della “economia civile”, che “Pacioli fu prima di tutto un grande umanista, non solo un matematico, per questo il suo passaggio nel mondo della contabilità d’impresa fu decisivo per dare sistematicità, rigore e dignità a quei libri di uomini pratici”.
In questo equilibrio tra pratica dell’intrapresa e spirito della comunità, accostando al dare e all’avere ciò che è dovuto a “messer Domineddio” – ossia una socializzazione dell’utile – Pacioli gioca le basi di una concreta riconfigurazione dell’etica economica e sociale, in chiave moderna.
Anche il commercio e l’attività mercantile, se orientate al senso del tutto, aveva d’altronde predicato Pacioli, possono essere fonte di dialogo e relazione, anziché di conflitto: l’economia non è solo motore di guerra, ma di pace se concretamente orientata.
Se collocata nel suo senso più profondo, predicava un altro grande attore del quattrocento italiano, Bernardino da Siena, quest’attività “sarà cagione che messer Domeneddio ci scamperà da guerra, pestilenza, fame, da lupi rapaci, cioè dalle mani de’ tiranni e signori del mondo, e d’ogni male”.
Dopo seicento anni siamo ancora lì.
Tiziano Conti
Nella foto Wikipedia: Ritratto di Luca Pacioli (1495), attribuito a Jacopo de’ Barbari, museo nazionale di Capodimonte

