Omaggio al Lamone

 

UN OMAGGIO AL LAMONE

Escursione di ravennati e bassoromagnoli alle sorgenti del Lamone

di VALERIA  GIORDANI

 

Casaglia

Un fiume, una storia

C’è un mosaico nella volta del Battistero degli Ariani, a Ravenna, dove è raffigurato un fiume Giordano con sembianze di vecchio che assiste al battesimo di un Cristo giovane e imberbe il cui corpo si intravede sotto la trasparenza delle acque. Lo Spirito santo sotto forma di colomba scende sul suo capo mentre il fiume-dio pagano Giordano assiste di lato, con una canna palustre in mano e con due vistose chele di crostaceo sulla testa canuta. Il passaggio da paganesimo a Cristianesimo ha visto queste rappresentazioni come fasi, ma il punto è che se c’è un fiume che siamo portati a immaginare come un’entità, una personalità, un genius loci, una divinità fluviale, con una canna palustre in mano, questo è proprio il Lamone. Raccontava lo storico Giuseppe Masetti tempo fa che, scorrendo immagini d’epoca di Villanova di Bagnacavallo (il paese vissuto per secoli grazie ai manufatti ricavati dalle cinque erbe che crescono sul Lamone) trovava fotografie di eventi, personaggi, matrimoni, famiglie, comunità, gruppi, che usavano posizionarsi per la fotografia con il fiume alle spalle, come sfondo.

L’acqua ha già di per sé un portato di sacralità, e grazie all’acqua si sono sviluppate città e civiltà. Basti pensare a grandi fiumi. Ma il Lamone, pur non essendo un grande fiume per lunghezza, sembra avere trasportato nell’acqua delle caratteristiche proprie che come semi nel terreno hanno fatto germinare peculiarità, economie, identità di territori e di genti, una dopo l’altra.

Vediamo perché possiamo parlare dell’esistenza di una (o più) “civiltà” del Lamone.

Una (o più nei territori) civiltà del Lamone

Il Lamone è stato oggetto di una quantità di storie, riflessioni, considerazioni, racconti, e ognuno aggiunge riflessioni. L’ultimo lavoro-doveroso citarlo- è il libro di Osiride Guerrini e del compianto Pietro Barberini, “Il Lamone, un fiume tra storie e genti”, ed. SBC.

Il fiume nasce a Casaglia, sull’appennino già toscano, a 913 m., in una zona in cui le fonti e le acque buone abbondano. Scorre giù per la sua valle toccando borghi e paesi  collegandoli con la sua suggestione e imprimendo a ciascuno una sua identità: Marradi, Brisighella, Faenza, poi Russi, Bagnacavallo e Villanova. Accanto al suo alveo si stende una strada che è la passione di tanti motociclisti (che raggiungono la sommità del passo della Colla e si fermano a rifocillarsi al bar “Nido d’Allocco”, che dista poche centinaia di metri dalle fonti del fiume), e anche di ciclisti e perfino incrollabili podisti (è il tracciato della corsa “100 km del Passatore”).

Accanto al fiume e alla strada si stendono i binari (e si succedono i ponti e cavalcavia) della Ferrovia faentina, costruzioni delle quali colpisce una leggiadria di stile che le identifica immediatamente come architetture del periodo liberty: alla fine dell’800, quando era disegnata e i primi tratti ultimati, eleganti signore passeggere strette nei corsetti, in gonne svolazzanti e larghi cappelli, e cavalieri, prendevano la ferrovia per provare le emozioni e l’ebbrezza delle altezze vertiginose e dell’improvvisa oscurità delle gallerie, con trasalimenti e gridolini, come noi oggi andremmo sulle montagne russe. La Ferrovia faentina rischiò più volte la soppressione nella seconda metà del ‘900, e in un convegno apposito (negli anni ‘70 a Brisighella) sparigliò le carte e le intenzioni funeste un addetto militare che si presentò a sostenere che la Ferrovia era di importanza militare, e l’Esercito la salvò.

Chissà se fu il dio Lamone-fiume a soffiare sul convegno perché amava la compagnia della vecchia signora che lo affiancava ormai da un secolo, e non voleva privarsene. Ferrovia che ha visto poi una difesa e un rilancio in anni più recenti, ultima la proposta turistica del Treno di Dante.

Incredibile riccheza e varietà di caratteristiche/caratteri sulle sue sponde

Il fiume bagna e caratterizza diversamente tutti i territori che attraversa. Oggi, alla fine, dopo numerose deviazioni cominciate fin dai Romani, alle quali il dio del fiume si è assoggettato con regale condiscendenza (tranne qualche ribellione nei secoli), dopo avere alimentato la Piallassa Baiona, sfocia a Marina Romea in una località del tutto marina e suggestiva. Si fronteggiano e rincorrono, spesso avanti e indietro, nel suo tratto finale, le acque del fiume e le onde del mare.

In un passato che non è passato da molto, non sfociava in mare ma la sua corsa frenava e portava in un territorio paludoso (assieme al Po e ad altri corsi d’acqua) argille, limi fertili e sedimenti, e in questo modo nei secoli il Lamone ha letteralmente costruito terre là dove gravavano paludi, piegandosi al volere e alle necessità degli uomini che ne deviavano e costringevano il percorso (salvo ribellarsi ogni tanto, difficile dire se per iniziativa del dio Lamone o piuttosto per condizioni mal gestite). Si chiama tuttora Santerno una località che sorgeva sul Santerno, ma in quell’alveo è stato deviato e scorre adesso il Lamone. Quindi adesso è Santerno… sul Lamone.

Qui c’era l’uso di andare da Villanova a nuoto a rubare sull’altra sponda i cocomeri coltivati nelle sabbie umide; qui traghettavano con discrezione personaggi poco raccomandabili da cui prese il modello il giovane Stefano Pelloni che diventò il Passatore. Ma la caratteristica dominante del fiume “Nilo della Romagna” è la ricchezza delle sfaccettature di identità dei territori e delle popolazioni, chilometro dopo chilometro. Tocca zone un tempo povere come Brisighella, il cui destino fu sposato dal pittore e incisore liberty Giuseppe Ugonìa, che dipinse alberi e tronchi di questa natura raffigurati in forme umane: assunse la tensione al riscatto dalla povertà di questi luoghi, e per tutta la vita, rifiutando cattedre prestigiose, non lasciò Brisighella e collaborò con tutte le forme di arte e artigianato espresse dal territorio, dai disegni per i ricami delle suore alle sculture in pietra, gesso e legno.

Ugualmente, il Lamone toccava la munificenza della “Versailles della Romagna”, oggi (o quel che ne rimane) Palazzo s. Giacomo a Russi. Era considerato sontuoso alla stregua di una reggia; era la più grandiosa residenza di villeggiatura della Romagna, tanto da essere denominata “La Versailles dei Rasponi”, comparabile alla Reggia di Colorno dei Farnese e al Palazzo Ducale di Sassuolo degli Estensi.  Il fascino della ‘nobile villeggiatura’ è stato riproposto in anni recenti da rappresentazioni del Ravenna Festival, anche ripercorrendo il viaggio in barca da Ravenna a Russi, come facevano d’estate i nobili ravennati in cerca della frescura e dei succosi frutti della campagna, alla fine del 1600.

E tra le residenze di campagna della nobiltà toccava il Palazzo Spreti in vista di Traversara, dove la chiesetta- cappella di famiglia degli Spreti è amorosamente custodita dal proprietario Ilio Guerra: per ragioni rimaste misteriose è stata dedicata a Santa Rosa da Lima, patrona del Perù e del continente americano, nel 1683, ovvero appena 15 anni dopo la canonizzazione in tempi in cui le notizie e le pratiche richiedevano viaggi della durata di anni: testimonianza della diffusione spontanea del culto della santa già in vita (paragonabile alla vicenda del nostro Padre Pio); l’ arrivo qui del culto è attribuibile alla frequentazione degli Spreti nelle corti europee, dove si potevano incontrare i conquistadores del Nuovo Mondo. Un ponte lanciato quindi dalla Bassa Romagna all’altra parte del mondo, un ponte di 11mila km.

Il nome

Non si sa nemmeno con certezza perché si chiama Lamone: le ipotesi vanno dall’estrusco Lamna (palude, fango: e gli etruschi erano notevoli ingegneri idraulici) al latino Anemo o Amone (Plinio) all’Animo (Tabula peutingeriana); alla presenza sul greto del fiume di un santuario a Giove Ammone e/o di un culto (importato da soldati romani, come avvenne per il persiano Mitra) dell’egizio Amon-Ra (dio dall’aspetto animale di ariete-capro, e il capro – guarda caso- è l’antico simbolo di Brisighella). Fra le liburne (imbarcazioni romane, presenti nei ritrovamenti a Classe) un Amon è citato tra le divinità di Diana, Minerva e Nettuno. Dante lo cita come Lamone dopo secoli in cui era citato come Amone. Rimane ancora l’antico nome di Teguriense nella Pieve di S. Stefano in Tegurio, e a Russi il nome di Raffanara. Rimangono nella toponomastica riferimenti fluviali come Godo (il guado), i nomi Sabbionara, Sabbioneta, Savignano, Fiumazzo, Mezzano (terre di mezzo).

L’albero genealogico della divinità fluviale- Lamone si perde nei secoli, ma colpisce la nobiltà delle sue origini e della sua “personalità”.

Assolutamente d’obbligo la visita al meritorio Ecomuseo della civiltà palustre a Villanova di Bagnacavallo, che raccoglie e preserva un prezioso patrimonio di identità fluviale e contadina del Lamone e delle sue terre.

 

La mappa delle Comunità delle Terre del Lamone nell’Ecomuseo delle erbe palustri a Villanova

Abbiamo occasione di parlarne perché una escursione domenicale (tra l’attività di svago e quella di cultura) dei componenti di una associazione ravennate, “Il tremolar della marina”, domenica 17 maggio scorso è arrivata alle fonti del Lamone, a portargli un vero e proprio omaggio.

Il tremolar della marina

Il nome altro non è che la citazione di un verso di Dante, che nella Divina Commedia (Purgatorio canto I verso 117) narra di sostare con Virgilio sulla spiaggia ai piedi del Purgatorio, appena emersi dall’Inferno; e il sole che sorge- immagine della speranza di redenzione- crea con i suoi primi raggi un leggero scintillìo- tremolìo sullo specchio del mare.

Il fatto che il Sole sorga sul mare induce a pensare che Dante trasporti una immagine dell’Adriatico (sul Tirreno infatti il sole non sorge ma tramonta). I soci ravennati, che si riuniscono in un capanno nella Piallassa Baiona, conducono iniziative e promuovono la tutela e valorizzazione della Baia grande, ecosistema presidiato dai capannisti, tra mare e pineta, ricco e tradizionalmente molto sentito dai ravennati, che lo frequentano per numerose attività che vanno dallo sportivo al naturalistico al gastronomico all’artistico (con foto e rappresentazioni pittoriche, e con pubblicazioni di cui citiamo l’ultima, “La Baia grande” di Ivan Fuschini, edizioni Il Girasole). Nella Piallassa abitata da uccelli, cigni, aironi, garzette, anfibi e pesci, arrivano acque anche dal Lamone dell’ultimo tratto, e per una volta i ravennati hanno voluto risalirlo e apporre alla sua sorgente un testo- poesia che cita “…tutti quelli a cui non sfugge la voce dell’acqua e il rumore della libertà. La libertà è compagna all’acqua che viene giù dalla montagna” (come scriveva Trilussa a proposito del Tevere). Le acque spingono lontano l’ansia di brillare con le stelle nell’adriatico ‘tremolar della marina’ di Dante”.

L’omaggio alla fonte

Dalla strada asfaltata nella sommità del Passo della Colla si sono avventurati per qualche centinaio di metri in un sentiero nella boscaglia, e hanno raggiunto la semplice segnalazione del punto in cui il fiume nasce, per apporre al palo parole di considerazione per il fiume che ha il merito di avere sedimentato la Bassa Romagna, firmate Ivan Fuschini e Ivan Simonini, con l’Associazione Amici della storia Val Lamone.

 

L’amore per i propri luoghi, il senso di appartenenza

E’ stata occasione anche per incontrare e intrecciare rapporti con i “colleghi” della locale Associazione Amici della storia Val Lamone, che promuove e opera per la vitalità di Casaglia (la località in cui nasce il Lamone), Marradi e altri borghi sull’Appennino tosco- romagnolo.

Il gruppo propone attività ed escursioni, anche quelle sulla Linea Gotica che era tracciata su queste montagne, e promuove ‘gemellaggi’ con associazioni affini, come appunto “Il tremolar della marina”. Affinità peraltro acclarate dalle citazioni di questi luoghi nel viaggio esistenziale di Dante.

 

Un Appennino da frequentare

Tra aria fresca, acque, un cibo genuino e dai sapori pieni, panorami, verde, sentieri da scoprire, cordialità e accoglienza della popolazione, è proprio un Appennino da frequentare. Sono località che via via perdono abitanti (a Casaglia c’è il borgo- 30 abitanti d’inverno con picco di 200 d’estate, per i molti villeggianti che qui detengono una casa). Non ci sono più attività a parte un vicino allevamento di bovini, e solo il circolo nel centro del paese garantisce una base di approvvigionamento; le signore dell’Associazione Amici della storia della Valle del Lamone possono preparare saporiti pranzi per gruppi di visitatori. Ma proprio per la possibilità di soggiorni nella quiete e relax della natura, con possibilità di affitti molto ragionevoli, questi luoghi possono essere molto attrattivi. Hanno ispirato spiritualità e ritiro, e qui attorno si scoprono chiesette, eremi, mete e tracce di culto. Il percorso poi è una immersione nella bellezza, con la scoperta, curva dopo curva, del fiume dal greto sassoso attraversato e riattraversato più volte; delle arcate morbide dei ponti slanciati e ardimentosi della ferrovia sotto i quali la strada passa; dei muri di pietra delle case strette in una strada in cui potevano transitare comodamente i cavalli piuttosto che le macchine sempre più grandi di oggi; le file di vasi di gerani che costeggiano i ponti e ponticelli con le loro cascate di fiori; l’asprezza di pareti franose trattenute dai cespugli di ginestre. Visioni diverse curva dopo curva, una natura che porta le tracce dell’opera dell’uomo, che invitano a immergersi nella bellezza contemplativa così benefica per lo spirito, piuttosto che nella vacanza di chiasso e consumo. Comprendiamo il gusto di avventura che guida qui le frotte di motociclisti in sosta poi sul punto più alto: è la moto oggi il mezzo che più si avvicina alle ‘cavalcature’ a misura delle quali queste strade sono nate.

Ma qui sarà possibile anche una attività particolarmente interessante- spiega Cristiano Talenti, Presidente Associazione Amici della storia Val Lamone- Sotto la dirigenza delle Università di Bologna e Firenze (docenti Enrico Cirelli e Debora Ferreri) con l’assistenza dell’Associazione, infatti, si tengono campagne di scavi archeologici ai ruderi del Castellone o Rocca di Castiglionchio di Marradi (e alla vicina Rontana). Normalmente si può assistere agli scavi, ma in progetto si pensa di introdurre una persona che intenda fare “l’apprendista archeologo” nelle squadre archeologiche di 5 persone: un’esperienza istruttiva che può diventare una passione, un soggiorno estivo consigliabile per giovanissimi.” Le campagne inizieranno a luglio a Rontana e ad agosto a Marradi.

Fortilizio demolito dai fiorentini nel XVI secolo, il Castellone sovrasta panorami su cui aleggia la poesia del visionario Dino Campana “Il vecchio castello che ride sereno sull’alto”.

Potenza dei luoghi: la poesia è uno stato di esaltazione non lontano dalla religiosità. Emblematico l’indirizzo della Rocca: Strada Senza Nome; ma il numero civico c’è, ed è il 42.

(Per contatti: Sito dipartimento di Storia Culture Civiltà Unibo; Comune di Marradi Ufficio turismo; Associazione Amici della storia Val Lamone/ Cristiano Talenti 366 5910472; interessante anche il blog della Biblioteca di Marradi).

Crespino del Lamone

Nella vicina Crespino del Lamone, ricca di fonti, c’è la Fonte del Re, così chiamata perché pare che ci si fermasse Federico Barbarossa nel 1154 (la vox populi riporta anche che il convoglio della Ferrovia Faentina che trasportava re Vittorio Emanuele III sostò qui per le rinomate acque a inizio ‘900: strada e ferrovia sono adiacenti alla fonte). Ma sulla strada non sfugge la Fonte delle Fabbre, costruita nel 1906 e tappa d’obbligo per dissetarsi (e magari bagnarsi di acqua fredda d’estate) sotto un fitto ombrello di alberi alti. Vicinissima (sotto la ferrovia) la Cascata delle streghe, che si può vedere ‘da dietro’ entrando in una grotta proprio dietro la cascata. Ci soffermiamo su Crespino in ricordo di Arrigo Antonellini, il fondatore di questa testata, che oltre a promuovere questi luoghi, a Crespino aveva impiantato un B&B “La ginestra”; e per questo il nostro scritto chiede ospitalità a questa testata.

Molto frequentate d’estate da un certo numero di amanti dell’Appennino- per escursioni, sport e gioie della tavola- queste zone (raggiunte dalla Ferrovia Faentina che poi prosegue fino a Firenze-Santa Maria Novella) offrono una vera e propria esperienza alternativa d’inverno: con la neve, qui si sperimenta un ovattato e surreale silenzio.

Meta di iniziative (e di escursioni gastronomiche molto frequentate dalla Bassa Romagna) Marradi, dalla originale architettura urbana costruita sul Lamone (il retro delle case spesso presenta una scalinata che finisce nell’ormeggio della barca), non si anima solo in ottobre (tutte le domeniche) con la sua Sagra delle castagne e del Marron buono; le iniziative sono tante in molti mesi dell’anno, con mercatini serali (e natalizi), la competizione tra rioni della Graticola d’oro, la Sagra del cinghiale, e tanto altro.

Sorridiamoci su

Gli escursionisti provenienti da Ravenna e dintorni hanno intrapreso la via del ritorno, accompagnando il Lamone nel suo viaggio verso il mare. Proposta più allegra che seria (ma proprio?) quella di imitare Benito Mussolini che nel 1923 spostò i confini della Romagna a danno della Toscana per comprendere le Balze di Verghereto, dove nasce il Tevere e dargli così uno ‘ius soli’ romagnolo. Nel punto in cui sgorga il Tevere fu innalzata nel 1934 una stele di travertino alta 5 metri che reca, assieme ad aquila e teste di lupa, la scritta “Qui nasce il fiume sacro ai destini di Roma”.

E il Lamone per la Romagna è forse da meno dei destini del Tevere per Roma? Che diamine no, spostiamo i confini della Romagna e prendiamoci Casaglia con le fonti del Lamone sacro ai destini della Romagna….

Perchè no?

VALERIA  GIORDANI

 

 

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