AUSL della Romagna: carente il raccordo con le comunità locali

Riceviamo da Gianfranco Spadoni e pubblichiamo


Formalmente dal primo gennaio è costituita l’azienda sanitaria della Romagna subentrata a tutti gli effetti nei rapporti attivi e passivi delle quattro preesistenti A.Usl di Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini. 

Com’è stato detto in più occasioni, uno degli obiettivi primari dovrebbe essere quello di razionalizzare il “sistema” e di mettere in rete le specialità mediche e cliniche in un’ottica di area vasta, distinguendo fra ospedali distrettuali di primo livello e quelli a valenza provinciale di secondo livello con l’obiettivo, poi, di creare un terzo livello superspecialistico. 

In questo senso la presente legge rappresenta una delle riforme di maggiore rilievo degli ultimi decenni e, per questo, va colta come grande opportunità per i cittadini anche se il collegamento con questi si sta diluendo sempre più. 

La stessa partecipazione democratica dei territori assicurata dalla Conferenza socio sanitaria unica, soggetto composto dalla pluralità di rappresentanti territoriali dei 75 comuni d’area vasta, dovrebbe rappresentare lo strumento di raccordo fra le comunità locali e la struttura organizzativa e gestionale della sanità, ma ancora l’obiettivo si presenta con molte ombre e poche luci. 

Tale Conferenza rischia di trasformarsi in uno strumento pachidermico e statico non in grado di produrre risultati in termini di indirizzi e di programmazioni apprezzabili. 

Il rischio, appunto, è quello di affidare ampi poteri discrezionali al previsto ufficio di presidenza composto dai sindaci delle città capoluogo, dai presidenti delle province e da chi presiede i comitati di distretto, in assenza del benché minino controllo democratico. 

Tra l’altro nella filosofia istitutiva della legge emerge ancora una volta il consueto taglio dirigistico regionale che esclude categoricamente le minoranze, e in particolare i consigli comunali (e sino a ora anche quelli provinciali), unici consessi eletti direttamente dai cittadini, di fatto impossibilitati a svolgere una funzione d’ indirizzo e di reale coinvolgimento stabile e diretto.

Soprattutto sulle scelte riferite, ad esempio, alla soppressione dei posti letto negli ospedali, prima di ogni provvedimento attuativo appare utile e indispensabile il coinvolgimento dei territori. 


Tra l’altro, i previsti tagli dei posti letto negli ospedali dovrebbero essere bilanciati dai servizi di prossimità sul territorio, ancora in larga parte non attivi. 

Per questo servirebbe un’opportuna gradualità d’ intervento per evitare disservizi le cui conseguenze ricadono sempre sui cittadini. 

Il raccordo fra questi e la dirigenza dell’azienda romagnola istituzionalmente garantita dalla Conferenza socio sanitaria territoriale, al momento non mi pare rappresenti la risposta più adeguata. 

Gianfranco Spadoni
Consigliere provinciale Udc

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