Mese di maggio, mese dei fiori. Tutti bellissimi e coloratissimi: rose, peonie, calle, ortensie, margherite, orchidee, gerbere, papaveri, garofani… scurèz de gêval!
Oggi ho ripensato a questo quantomeno curioso appellativo con cui noi romagnoli chiamiamo i giaggioli (o, più correttamente, gli iris).
Questo accostamento floreale con le flatulenze diaboliche mi ha sempre incuriosito e tempo fa provai a cercarne l’origine, ma senza giungere a nessun risultato.
Cominciai però la mia piccola ricerca da un “dato oggettivo”: mia nonna materna mi diceva che solo i giaggioli (o iris) di una precisa colorazione erano da considerarsi “scurèz de gêval” e precisamente quelli dalle caratteristiche sfumature blu-violette.
Non so se la cosa risponda a verità, ma per me bambino, ciò che diceva mia nonna Gianina aveva valore dogmatico e, da allora, ho sempre considerato vera “scoreggia del diavolo” solo il “giaggiolo paonazzo” (o iris germanica). Ma perché “scurèza de gêval”? Per via del colore blu-violaceo o perché ha un profumo intenso e non gradevole? Particolare curioso: in alcune schede di botanica il giaggiolo paonazzo viene definito “fiore inodore”.
Ma la scoreggia, diamine!, mica lo è, inodore! (E non cominciamo a disquisire! Anche quella rumorosa lo è! Non si condanni qui solo la cosiddetta “lòfa”, ovvero il peto senza rumore!) Ma i botanici, dico io, li annusano i fiori o no? Come si possono trovare “fonti” che descrivono il “giaggiolo paonazzo” sia un “fiore dal profumo intenso e non gradevole” che “poco profumato o inodore”? Non mi resta che andare e verificare di persona.
Ma se tengo per buona la prima (“profumo intenso e non gradevole”) il nesso con la scoreggia potrebbe essere evidente ed essere sufficiente a giustificare per questo fiore l’appellativo romagnolo di “scurèza de gêval”; oltrettutto, considerando che le altre specie di iris, come ad esempio l’iris florentina (tipico ireos di Firenze) si distingue invece per i fiori bianchi e molto odorosi, mi convinco ancora di più che mia nonna Gianina avesse ragione nell’affermare che si possono chiamare “scurèz de gêval” solo i giaggioli paonazzi.
Ma allora perché, odore a parte, solo gli iris di quel colore sarebbero “scurèz de gêval? Dissertando in generale di ventosità sonore o meno, è curioso constatare come, a questo proposito, la saggezza popolare romagnola sembri contraddirsi. Esiste infatti un “modo di dire” che, volendo definire un’impresa impossibile, recita esattamente così: “dà la varnìsa al scurèz, s’ t’ci bôn!” : colora le scoregge, se ne sei capace!); e al contempo, esiste anche un’espressione (credo molto meno conosciuta) che definisce una persona dall’aspetto tutt’altro che florido, accostandola al colore delle scoregge. Si veda il Morri (1840) che riporta testualmente “essar de culor dal scurèz”.
Ora, questo “fantomatico” colore viene definito dallo stesso Morri “interriato” che in italiano moderno significa “essere di cattivo colore”, livido; e, continuando coi sinonimi, direi che la strada verso “paonazzo”(bluastro/violaceo) risulti piuttosto agevole.
La mia, ovviamente, è solo una supposizione e ogni contributo sarà ben accetto. Spero, comunque, che qualcuno apprezzi questo mio sforzo di far luce sul perché una simile meraviglia floreale, venga definita in maniera tanto rozza, ma, in fondo, anche divertente. Che c’è di più nobile del ricercare le origini della nostra parlata?
Un interessante spunto per un ulteriore approfondimento sull’affascinante tema trattato che riguarda il fiore denominato in romagnolo “scurèza de gêval” ci viene offerto (a mio parere) dal famoso Barbariccia che Dante mette nelle Malebranche infernali.
Barbariccia è il demone che comanda il plotone di diavoli a suon di peti: “ed elli avea del cul fatto trombetta”. Non so che colore avesse la flatulenza di Barbariccia (Dante purtroppo non ce lo dice) ma nella schiera dantesca c’è un altro diavolo dal nome “illuminante” (per la mia ricerca): Cagnazzo. Questo Cagnazzo ha a che fare, secondo certi dantisti, proprio col colore “paonazzo” che è il tipico colore delle “scoregge del diavolo”: “Il suo nome vuol dire cagnaccio, oppure il colore dei nasi dei cani (come “paonazzo”) ed è chiaro il riferimento animalesco alla sua figura: il poeta rincarerà la connotazione riferendosi poi al suo muso”.
Insomma, cagnazzo sta (oltre che per brutto e deforme) anche per livido, paonazzo: “Poscia vid’io mille visi cagnazzi fatti per freddo” (Dante, Inf.32). Credo che l’accostamento diavolo Cagnazzo/colore cagnazzo = viola bluastro, possa metterci sulla buona strada per rispondere in maniera definitiva alla domanda iniziale: perché il giaggiolo (o iris) si chiama in romagnolo “scurèza de gêval”?
Ed ora, con somma soddisfazione, vado alla ricerca di un “iris germanica” o giaggiolo paonazzo o “scurèza de gêval” che dir si voglia. Non vedo l’ora di annusarne il fiore per verificarne di persona il lezzo intenso e sgradevole o la quasi totale assenza di profumo.
Gianni Parmiani
P.S.
Ovviamente la mia resta comunque soltanto un’ipotesi. Ma per curiosità ho consultato (dopo aver scritto queste mie considerazioni) il dizionario romagnolo italiano di Libero Ercolani e mi ha fatto particolarmente piacere trovare alla voce “scurèza”, oltre alle ovvie traduzioni “peto” e “vento”, anche il termine “giaggiolo”; ma la più grande soddisfazione è arrivata quando, procedendo nella lettura del lemma, mi sono imbattuto nella “scurèza de gêval” con riferimento esclusivo all’ iris germanica. (Io lo sapevo: mia nonna Gianina non mi raccontava mai bugie!)
