Gli Stati Uniti, gli immigrati, il razzismo, gli stati in bilico: in questi giorni sono sulla bocca di tutti.
Una piccola storia del secolo scorso, all’interno della grande storia che il 5 novembre prossimo si troverà davanti ad un snodo fondamentale, ci permette di fare un po’ di luce su questi temi.
Siamo negli anni quaranta e Alice Coachman, Albany, Stato della Georgia, USA, non può allenarsi sulla pista d’atletica con i bianchi. Deve farlo correndo lungo le strade sterrate e nei campi, spesso a piedi nudi perché le condizioni economiche della famiglia non le permettono di potersi comprare le scarpe.
La passione per lo sport non l’ha mai abbandonata, anzi. Malgrado i problemi dovuti alla pelle nera e allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è stata capace di vincere venticinque titoli nazionali, dieci dei quali consecutivi nel periodo che va dal 1939 al 1948. A causa del conflitto, Coachman non ebbe la possibilità di partecipare alle Olimpiadi del 1944 (previste a Londra), annullate per evidenti ragioni, come quelle di quattro anni prima, che si sarebbero dovute tenere a Tokyo.
Riuscì a qualificarsi per i Giochi di Londra del 1948, prima donna afroamericana a farcela. Di lei si parlava molto: infatti era considerata una delle favorite, anche se la britannica Dorothy Odam-Tyler aveva un personale migliore del suo (1,66 contro 1,64) e la francese Anne-Marie Colchen la campionessa europea in carica. Tra le avversarie mancava la primatista mondiale – con 1,71 – Fanny Blankers-Koen, olandese, soprannominata “la mammina volante”, perché ha scelto di partecipare ad altre gare (vinse quattro medaglie d’oro).
Il 7 agosto a 1,68 si decide la gara: Alice scavalca l’asticella al primo tentativo, mentre alla sua avversaria occorre un salto in più, quello che consegna l’oro alla statunitense, visto che nessuna delle due migliora ulteriormente la propria prestazione. È record olimpico e soprattutto è la misura che vale la storia per Alice Coachman. Per festeggiarla, al ritorno negli Stati Uniti, si è mosso l’intero stato della Georgia. Ad Albany, il corteo che accolse la trionfatrice dei Giochi era infinito, però da quelle parti il mondo è rimasto ancorato a certezze molto comuni, non soltanto all’epoca.
Durante la cerimonia ufficiale, Alice è seduta accanto ai genitori e ai fratelli, in quella fila non ci sono bianchi: unicamente persone con la pelle nera. Non solo: il sindaco di Albany non le stringe la mano e lei deve lasciare l’auditorium dalla porta laterale. La segregazione razziale è un orrore di cui molti dei suoi concittadini sono orgogliosi. Sì, d’accordo, è stata brava. Ma resta pur sempre…
Malgrado abbia soltanto venticinque anni, decise di abbandonare l’attività agonistica: ha realizzato il suo sogno, ha dimostrato quello che doveva dimostrare. Diventata un’insegnante fondò l’Alice Coachman Track and Field Foundation con lo scopo di aiutare giovani atleti ed ex sportivi alle prese con difficoltà economiche. Nel 1975 è entrata nel National Track & Field Hall of Fame, il museo che ricorda i più grandi protagonisti nella storia dell’atletica leggera statunitense, e nel 2004 nella Olympic Hall of Fame. E’ scomparsa nel 2014 all’età di novant’anni: al suo funerale ci furono migliaia di persone e questa volta i bianchi sono insieme ai neri.
Sono passati quasi ottanta anni dalle Olimpiadi di Londra, vorremmo continuare sulla strada di un mondo dai mille colori.
Tiziano Conti
Foto da Wikipedia di www.berria.eus
