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L’assistenza religiosa negli ospedali

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Precisazioni riguardo alla posizione dell’ Unione atei
di Gianfranco Spadoni

La posizione dell’ Unione atei e agnostici razionalisti di Ravenna sull’assistenza religiosa negli ospedali è legittima e merita il dovuto rispetto, tuttavia su un piano squisitamente dialettico desidero fare qualche riflessione al riguardo.
Basterebbe leggere il testo “Storia della medicina e della sanità in Italia – 1340-1900,” del medico saggista Giorgio Cosmacini per comprendere il vasto ventaglio di funzioni svolte nei decenni da parte delle organizzazioni religiose all’interno degli ospedali, per lunghi anni a titolo completamente gratuito e senza oneri per gli enti pubblici. 


La carità, l’assistenza, la relazione di aiuto e il sostegno umano, psicologico e spirituale attraverso la visita nei reparti nel difficile momento del dolore, ha sempre caratterizzato l’attività di sacerdoti e suore nelle corsie. 

“Spesso”, annotava recentemente un religioso di un ospedale della Toscana, “…ci troviamo a dare risposte a situazioni di estrema povertà provvedendo con vestiti e aiuti concreti all’atto della dimissione nei confronti dei malati bisognosi e dei parenti…” Oltretutto con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, legge 23 dicembre 1978 n.833 l’assistenza spirituale nei luoghi di cura è stata sancita chiaramente demandando alle singole regioni il compito di stilare apposite convenzioni o protocolli d’intesa. 

Atti scaturiti dalla normativa statale e regionale in materia che trovano supporto anche nella legge 21 del 1985 la quale ratifica l’accordo tra lo Stato e la Santa Sede, accordo che ha modificato il Concordato del 1929. Si tratta, quindi, di un diritto alla libertà di culto e all’assistenza spirituale prevista e regolamentata dalle leggi in vigore.

Il costo evidenziato nella nota dell’ Unione atei e agnostici di Ravenna, vale a dire 47mila euro annui per i due sacerdoti, è frutto, appunto, di convenzioni specifiche come riconoscimento per un’attività svolta ininterrottamente per ventiquattro ore nell’arco di 365 giorni l’anno, se si considerano, peraltro, anche le numerose chiamate per l’estrema unzione al capezzale del malato prima della morte, in qualsiasi orario del giorno e della notte. 


Sotto il profilo della dotazione logistica, oltre alla chiesa, i religiosi hanno alcuni locali posti nel seminterrato, peraltro molto sobri ed essenziali se non addirittura classificabili come spazi angusti. 

Oltretutto, sarebbe corretto che la citata Unione atei analizzasse economicamente un’altra faccia del problema assistenziale rappresentato dalla Caritas e da alcune parrocchie, a cominciare da quella di San Rocco, le cui attività sono continue, prive di sovvenzioni e contribuiti, basate sul volontariato e che in ultima analisi presentano bilanci costantemente in rosso per il forte incremento di richieste di ogni tipo.

Queste non fanno notizia, ma esistono e fortunatamente sono vive sul territorio e forniscono risposte puntuali che in molti casi dovrebbero essere di competenza e a totale carico degli enti pubblici.

Gianfranco Spadoni
Consigliere provinciale Udc


Il tema ci porterebbe lontani, sia sul primo punto quella dell’assistenza sanitaria nel corso dei singoli di cui a Lugo sussiste meritatamente ampia letteratura, sia sull’ultimo, quello del ruolo della rete cattolica lughese dell’assistenza, della quale, anche qui, si potrebbe parlare di eccellenza, se il tema non vietasse di usare questi termini.
Sul tema specifico, il ruolo della presenza dei sacerdoti negli ospedali, quanto dice Spadoni appare preciso e chiaro.

Arrigo Antonellini 

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