Home pavaglionelugo.net Quaranta anni fa “Il disastro di Cernobyl”

Quaranta anni fa “Il disastro di Cernobyl”

Tante storie che alla fine costruiscono “la Storia”.

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Il 26 aprile 1986 nella centrale nucleare di Cernobyl – allora Unione Sovietica, oggi Ucraina –  in seguito all’esplosione del “reattore 4” avvenne quello che è conosciuto da tutti come “Il disastro di Cernobyl”.

Quaranta anni fa quella nube divenne il più grave incidente della storia dell’energia nucleare e l’unico, insieme a quello di Fukushima del 2011, a essere classificato al massimo livello della scala di eventi catastrofici INES, relativa agli eventi nucleari e radiologici (International Nuclear and radiological Event Scale).

Quel fatto impattò sulla popolazione, sugli animali, sull’ambiente, su tutta l’Europa: avvolse anche lo sport e viaggiò con il vento e con la pioggia verso tutta l’Europa e – chissà – anche oltre.

Un reportage del magazine francese L’Équipe è andato a cercare i testimoni sportivi di quelle ore tragiche.

Elena Sharapova viveva a Gomel (oggi Bielorussia), stava tentando di restare incinta, seppe della nube e fece tremila chilometri fino a Nyagan, in Siberia, dove l’anno dopo partorì Maria, una delle tenniste più forti della storia. La famiglia successivamente si trasferì a Sochi, sul Mar Nero, e divenne amica di Alexander Kafelnikov, padre di Yevgeny, che regalò alla piccola Maria la prima racchetta da tennis. Maria Sharapova avrebbe vinto cinque titoli del Grande Slam e per undici stagioni sarebbe stata l’atleta donna più pagata al mondo.

Sempre la stessa nube cambiò il destino di un futuro Pallone d’oro (2004). Andriy Shevchenko, calciatore della Dinamo Kiev, aveva dieci anni quando gli dissero che doveva lasciare la sua casa. “Le scuole chiusero immediatamente, arrivarono autobus da tutta l’Urss, pieni di giovani dai 6 ai 15 anni, e ci portarono via. Mi ritrovai solo sulla costa del Mar Nero, a 1.500 chilometri da casa”.

Alena Popchanka aveva sei anni all’epoca. Era una promessa del nuoto, del club bielorusso di Gomel. Ricorda: “C’era un odore forte di iodio. Iniziarono a circolare voci. Si diceva che ai bambini bisognasse dare il latte con lo iodio”. Dopo alcuni giorni la madre di Alena mette i suoi due figli in macchina e tremila chilometri dopo giunge anche lei in Siberia, come Elena Sharapova, madre di Maria. Questo permetterà a Popchanka di crescere lontano dal pericolo e di diventare la campionessa mondiale dei 200 metri stile libero nel 2003 a Barcellona e di vincere complessivamente venti medaglie tra mondiali ed europei.

L’atleta Elina Zvereva, discobola, invece non lasciò mai la Bielorussia. Nel 2000 a Sydney, a quaranta anni, vinse l’oro olimpico: ora ha una cicatrice sulla gola. “Ho subito un intervento alla tiroide a causa delle contaminazioni”. Nessun atleta venne avvisato dei pericoli radioattivi. “Avevo 26 anni, ho scoperto del disastro due settimane dopo. Nella nostra squadra di atletica molti di noi ne hanno subito le conseguenze. I tumori infantili alla tiroide si sono moltiplicati”.

A dare l’allarme al mondo Il 28 aprile 1986, fu Clifford Robinson, un tecnico chimico britannico che lavorava nella centrale nucleare svedese di Forsmark: fu tra i primi a rilevare livelli anomali di radioattività.

Robinson attivò i monitor di radiazioni mentre entrava nella centrale svedese. Inizialmente si pensò a un guasto interno, ma presto comprese che la contaminazione proveniva dall’esterno.

Dopo che le analisi confermarono che non si trattava di un incidente interno, la Svezia, grazie alle rilevazioni partite anche dal lavoro di Robinson, capì che la contaminazione proveniva dall’atmosfera. Così l’opinione pubblica europea e di tutto il mondo – tranne la popolazione sovietica – venne a sapere dell’incidente nucleare di Chernobyl.

Stime europee che considerano l’intera popolazione del continente esposta alla nube radioattiva, arrivano a indicare circa 16.000 decessi totali, a causa delle conseguenze del disastro. Anche io vivo da allora con un dubbio nel cuore: alla fine del 1986 mio padre si è ammalato gravemente e ci ha lasciato l’anno successivo.

Tante storie che alla fine costruiscono “la Storia”.

Tiziano Conti

Foto Wikipedia, di Tim Porter – Opera propria

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